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Wednesday April 18, 2007

C’è più Italia all’estero: anche medie e piccole imprese ora fanno acquisizioni

 

Enel, Eni e Unicredit non sono casi isolati: tutto il sistema Italia ha iniziato a muoversi più attivamente sui mercati esteri. Già il 2006 è stato un anno da record e, secondo Kpmg, il 2007 darà risultati anche migliori


Da quasi due anni sembrava non succedere più nulla. Da quel giugno 2005 in cui Alessandro Profumo batteva tre record in una volta sola, lanciando la prima grande scalata estera di una banca italiana, la prima grande scalata dall’estero a una banca tedesca e la più grande operazione di merger crossborder bancario d’Europa. E dopo UnicreditHypovereinsbank si è dovuti arrivare a questo aprile 2007 per rivedere i grandi gruppi italiani attivi sui grandi mercati esteri. Prima con Enel che lancia un’opa sulla spagnola Endesa, poi con Eni (in joint venture al 60% con Enel al 40) che vince in Russia l’asta per un’importante fetta del gruppo energetico Yukos. Unicredit, Enel, Eni. Questi sono giganti. Ma il resto dell’economia italiana, che cosa fa? E’ destinata a giocare sempre e solo il ruolo di preda o è anche in grado di alzare la testa e partecipare in prima persona alla grande corsa al consolidamento dei mercati?
Stavolta la risposta è positiva. Le imprese italiane non solo vanno all’estero da compratrici, ma ci vanno sempre di più e sempre in numero maggiore. Tanto che la dimensione dei protagonisti di acquisizioni sta diventando sempre più piccola. In un’altra pagina del giornale diamo notizia di un’acquisizione in Spagna di un’azienda, la Aton di Treviso, che fattura 15 milioni. Dove la notizia non è che un’impresa italiana di quella dimensioni sia in grado di fare un’acquisizione, quanto il fatto che abbia pensato di andare a guardare oltre confine. E’ una cultura manageriale che sta cambiando. E il frutto di questo cambiamento è nella crescita delle operazioni.
Valter Conca è il direttore dell’Osservatorio Merger & Acquisition della Bocconi: «Le aziende italiane nel 2006 hanno fatto acquisizioni all’estero molto più di prima: le operazioni ‘Italia su estero’ erano state il 10,7% del totale nel 2004, l’11,2% nel 2005 e l’anno scorso sono arrivate a pesare il 17,3% di un totale che è invece rimasto stabile, rendendo così ancora più significativa la crescita. E in questo 2007 ci sono già state 25 acquisizioni di aziende italiane all’estero».
Dati che trovano conferma anche in un altro storico osservatorio mondiale dell’universo M&A rappresentato dalla Kpmg e dal suo tradizionale rapporto ‘Corporate Finance’. Già il dato globale 2006 era per Kpmg un forte segnale di crescita, con l’intero mercato italiano dei Merger & Acquisition arrivato a toccare la soglia psicologica dei 100 miliardi di euro. «Un livello spiega Maximilian Fiani, responsabile Kpmg Corporate Finance Italia che non si toccava dai tempi della bolla Internet. Ma il 2007 promette di confermare per il secondo anno consecutivo questo livello. Anzi, potrebbe anche andare oltre, visto che il primo trimestre dell’anno ha già fatto registrare operazioni per 40 miliardi di controvalore, con una crescita del 58% sullo scorso anno».
Quali sono le cause di questa improvvisa euforia. La ripresa economica, certamente, ma da sola non basterebbe a spiegare la nuova tendenza. «C’è un nuovo clima nel top management delle aziende rileva Fiani parlando con loro e con gli imprenditori si percepisce una maggiore focalizzazione sull’estero. Si guarda oltre il mercato italiano per cercare opportunità di crescita. Se poi capitano buone opportunità in Italia, le realizzano, ma come prima cosa, guardano all’estero».
Anche questa è dunque uno novità. E anche questa ha una causa, ancora tutta da scoprire, che potrebbe essere individuata, come prima ipotesi, nel crescente ruolo del Private Equity sul mercato italiano. «E’ un’ipotesi attorno a cui abbiamo appena iniziato a lavorare spiega ancora Fiani per capire quanto e quale ne sia stato l’impatto e se il maggior tasso di managerialità immesso dal private equity nelle aziende italiane abbia creato le condizioni per questo cambio di velocità nei processi di M&A».
Un’ipotesi, quella del salto di qualità nella cultura d’impresa in Italia, che spiega anche come l’effervescenza si stia diffondendo anche ai piani più bassi, verso le imprese più piccole. Ovviamente quelle che lavorano di più con l’estero e sono in crescita, anche perché sono ovviamente le più portate a incontrare buone opportunità. «Spesso nelle piccole imprese afferma ancora Fiani a mancare non sono tanto le risorse economiche, quanto il fatto che il management si occupa soprattutto della gestione del business corrente, non ha tempo per esplorare nuove soluzioni. E questo spiega perché in settori ancora molto frazionati, con un alto tasso di imprese piccole e poco proiettati all’estero per tradizione, come l’alimentare, le operazioni cross border siano molto più rare. Ma in generale è la piccola dimensione che pesa: un handicap che si fa sentire in molte realtà del settore meccanico o anche dell’acciaio o della distribuzione».
Quanto più si scende di dimensione, tanto più le cose peggiorano. «Il problema conferma Renato Martini, Responsabile divisione piccole imprese di Unicredit Banca è che sono quasi tutte imprese a proprietà familiare con un’età media dell’imprenditore che è più vicina ai 60 che ai 55 anni». Ma a rallentare le piccole imprese nel processo di internazionalizzazione c’è anche una carenza nell’offerta di servizi. Ancora Martini: «Tra i professionisti che supportano l’espansione verso l’estero delle piccole e delle microimprese ci sono al primo posto gli studi legali: nella metà dei casi, cioè, chi cura gli aspetti legali, contrattuali, tributari di un’impresa si occupa anche del resto. Solo al secondo posto vengono le società di revisione, poi i consulenti del lavoro e solo per ultime le banche». A frenare gli istituti di credito c’è un problema di adeguamento: finora il mestiere di consulenti per le acquisizioni all’estero era ritagliato sulle esigenze delle grandi imprese ed era quindi estremamente personalizzato. Una personalizzazione che se va bene per grandi operazioni, non funziona però per quelle piccole, che muovono pochi capitali e per le quali il costo della consulenza arriverebbe a percentuali inaccettabili sul valore dell’operazione. Ma ora le banche l’hanno capito. Stanno preparando offerte di consulenza ‘a catalogo’, meno costose. Meno personalizzate, certo, ma comunque prodotte e seguite da personale specializzato nelle transazioni su estero.

Fonte Affari e Finanza di Repubblica