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Confederation of Italian Entrepreneurs Worldwide - North America

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Thursday March 22, 2007

Italia e Stati Uniti lanciano un asse tra il private equity e il Made in ltaly.

Milano si candida a essere la sede naturale per accogliere gli investimenti americani a favore delle piccole e medie imprese. Uno stretto connubio tra fondi e Pmi, per favorire la crescita economica e lo sviluppo delle imprese, è una strada su cui da tempo insistono il mondo finanziario e quello politico. E un'alleanza tra il nostro Paese e l'America è stata al centro ieri della prima Conferenza annuale sul private equity organizzato dalla American chamber of commerce in Italy con la collaborazione della Camera di Commercio di Milano e la Niaf (National italian american foundation) e sponsorizzato da Interbanca e Aifi (l'associazione italiana del private equity). Primo sostenitore di maggiori investimenti dei fondi esteri nelle imprese italiane, e di una maggiore apertura di queste ultime al private equity, è l'ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, ospite del convegno. Il diplomatico, che ha alle spalle un passato di venture capitalist, ha ricordato che i fondi in Italia hanno già una discreta presenza, caratterizzata da alcune specificità (come l'investimento in quote di minoranza, cosa poco frequente negli Usa) e ha citato Marazzi, l'azienda emiliana di ceramiche quotata l'anno scorso in Borsa, come caso di sviluppo di un'impresa grazie al private equity.
Le imprese italiane sono al bivio: più della metà (il 58%) delle aziende, ha rivelato Anna Gervasoni direttore generale di Aifi, è di tipo familiare e il patron, nell'80% dei casi, ha più di 50 anni. Quello del passaggio generazionale è un vero e proprio snodo cruciale per garantire risorse per lo sviluppo e continuità gestionale. Il private equity può essere una soluzione e negli ultimi anni qualcosa si è mosso: il numero degli investimenti stranieri del private equity è salito dai 39 del 2004 ai 61 del 2006 a dimostrazione che c'è un'attrattività crescente del mercato italiano. Lo sviluppo dei fondi chiusi è però ancora in ritardo nel nostro Paese, limitando così uno strumento essenziale che all'estero è una principale fonte per il finanziamento dell'impresa. Per questo, ha sottolineato il presidente della Camera di Commercio Usa, Umberto Paolucci, bisogna «far capire le grandi opportunità che possono esserci per il nostro Paese attraverso un maggior ricorso al private equity visto che l'Italia non ha ancora avuto il successo ottenuto nelle altre nazioni».
Il ministro del Commercio internazionale, Emma Bonino, intervenuta in videoconferenza, accogliendo l'invito del cancelliere tedesco Angela Merkel, ha definito «necessario» dotare il settore di «regole certe, regole che allo stesso tempo devono essere leggere ed essenziali». Per il ministro però c'è una difficoltà di fondo legata alla constatazione che finora il private equity «ha avuto qualche difficoltà ad adattarsi alle piccole e medie imprese». Gli operatori del settore, però, hanno ribattuto che il livello di regole e vigilanza sono adeguate.