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Tuesday October 16, 2007

Fuga dei cervelli: in Italia tanti vincoli e poca meritocrazia

 

di Antonio Giordano*

Prof. Antonio Giordano
Prof. Antonio Giordano
L'assegnazione del premio Nobel per la Medicina all'italo americano Mario Capecchi ha aperto un nuovo dibattito, sui media, relativamente al tema della fuga dei cervelli dal nostro Paese.
A mio avviso bisogna chiarire innanzitutto che Mario Capecchi non può rappresentare il paradigma di questo fenomeno. Capecchi è un italiano solo di nascita, per parte di padre, che ha perso in tenera età, deceduto in Africa, quale ufficiale dell'Aeronautica italiana, durante l' ultima guerra mondiale. Sua madre, Lucia Ramburg, era una scrittrice americana, che, per la sua forte avversione ai regimi fascisti e nazista, fu deportata in Germania nel campo di concentramento di Dacum. Appena liberata dagli americani, si trasferì subito dopo con il suo unico figlio Mario a Princeton, negli Stati Uniti, presso i suoi diretti parenti, benestanti e di elevato livello sociale e culturale. Certamente, il futuro premio Nobel subì il fascino scientifico di uno zio, noto professore di Fisica dell' Università di Princeton. Dunque, Capecchi ha studiato e si è formato unicamente negli USA sin dalle prime classi elementari, e, precisamente, dall' età di 9 anni, non conosce la lingua Italiana se non "ciao" e "arrivederci". E, pertanto, quanto meno fuorviante parlare di fuga dei cervelli prendendo spunto dal Nobel assegnato a Mario Capecchi. Semmai va stigmatizzato il fatto che l'Italia non rinuncia quasi mai a vantare primati anche quando non le spettano.
Ciò detto, vale la pena soffermarsi sul vero nodo della ricerca in Italia. Una premessa: fuori di dubbio che un ricercatore non debba necessariamente lavorare in Italia e che spesso molti ricercatori hanno una vita divisa in più patrie. Si tratta di un bagaglio formativo fondamentale. E magari qualcuno si stabilisce all'estero solo perchè ha trovato moglie e famiglia. Ma non bisogna confondere la presenza di ricercatori italiani all'estero per scelte formative e familiari con il fenomeno che vede decine e decine di valenti scienziati, in ogni campo del sapere, andare all'estero per scelte dettate da difficoltà scientifiche ambientali al solo fine di realizzare un proprio progetto professionale, una propria idea, ovvero per esprimere il proprio sapere scientifico mortificato in Patria. Chi per questo decide di vivere all'estero e raggiunge poi notevoli eccellenze ed alte creatività rappresenta il vero e proprio fenomeno della fuga dei cervelli. Chi crede fortemente nelle proprie idee e non si lascia abbattere dalla mortificazione e demotivazione di un sistema non meritocratico e perverso emigra. Chi ostacolato da difficoltà di varia natura burocratica-amministrativa emigra. È mia radicata convinzione che la scelta di un ricercatore di andare via dal suo paese è sostanzialmente differente da chi sceglie di andare all'estero per lavorare in altri campi. Penso a un manager, a un calciatore. In questi casi la scelta quasi sempre di natura economica. Il vero ricercatore, invece, va all'estero per realizzare una sua idea, un suo sogno, per raggiungere un obbiettivo che per le avverse condizioni del proprio Paese non gli sono possibili.
Ormai si contano a migliaia i ricercatori italiani che vanno all'estero, nelle grandi capitali della ricerca e si affermano in tutti i campi in cui si cimentano.Nella medicina poi i ricercatori italiani sono ambiti per la loro preparazione di base, per la serietà, per la loro dedizione ed anche per il desiderio di emergere e vincere in un ambiente così tanto stimolante e competitivo. Riuscire a sviluppare nel giro di quattro/cinque anni un proprio programma indipendente di ricerca, dirigere programmi importanti in compagnie biotecnologiche, in accademie, in istituti di ricerca. E poi ordinare del materiale biologico per un esperimento e averlo in quarantotto ore ed anche meno sono tutte opportunità che, purtroppo, nel nostro Paese ancora mancano per l' assoluta insensibilità di coloro che amministrano la cosa pubblica, e che sono, tuttavia, anche alla base dell'emigrazione di cervelli. Non che siano tutte rose e fiori: agli inizi gli americani non pagano affatto a peso d'oro un ricercatore che proviene dall'estero. Lo mettono a dura prova e a volte lo sottopagano, persino. L'investimento diventa invece cospicuo. In Italia manca ancora una volontà politica unitaria per fare della ricerca una delle prinicipali risorse e ricchezze del Paese. Manca la capacità istituzionale di guardare lontano. La ricerca non porta voti.I privati devono essere stimolati a investire. Ma il primo investimento dev'essere soprattutto pubblico. La ricerca deve diventare un prioritario interesse nazionale. Lo Stato ha il dovere di trovare e creare le risorse per sostenere e tutelare l'attività di migliaia di giovani che ha formato - spesso in modo eccezionale - in tanti anni scolastici. Giammai investire su ricercatori nella fase finale della loro carriera. La maggior parte del lavoro creativo avviene tra i venti e i quarant'anni. È su questa fascia di pensatori e di sperimentatori che bisogna indirizzare le risorse finanziarie. Bisogna creare competizione, vigilare con maggiore attenzione la destinazione delle già attuali e scarse risorse, che devono essere date con criteri esclusivamente meritocratici e sulla base di progetti con tre caratteristiche: originalità, qualità e potenzialità di sviluppo. Ed infine, attenzione alle scelte di coloro che devono essere chiamati a giudicare: che non siano da correnti politiche e/o consorterie lobbiche dominanti.

*Direttore Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine Philadelphia, USA. Professore di Anatomia ed Istologia Patologica, Dipartimento di Patologia Umana ed Oncologia Università di Siena
16-10-2007