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Confederation of Italian Entrepreneurs Worldwide - North America

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Friday December 12, 2008

internazionalizzazione pmi

Internazionalizzazione

Pmi, il sogno americano resiste.

31.10.2008 Positivo il bilancio delle imprese italiane che hanno investito negli Usa.

Le aziende italiane mettono gli Stati Uniti nel mirino: la tempesta finanziaria di questi mesi non ha interrotto lo shopping oltre oceano delle nostre imprese. Puntano su società a stelle e strisce in difficoltà o semplicemente su investimenti greenfield, il campo verde su cui costruire da zero uno stabilimento. E non si tratta solo dei soliti grandi nomi, ma anche di imprese medie e piccole.

Lo assicura Massimo D'Aiuto, amministratore delegato della Simest, società a controllo pubblico finanziatrice delle aziende italiane che puntano al di là dei confini nazionali. «C'è stato un intensificarsi di investimenti negli Usa da parte di aziende grandi, medie e piccole - dice D'Aiuto -. Questo in primo luogo perché il mercato americano non mostra difficoltà in comparti, come l'alimentare e la tecnologia avanzata, dove possono operare aziende di eccellenza italiane. In secondo luogo perché quando ci sarà la risalita trovarsi in posti importanti darà grandi vantaggi. Per questo chi investe cerca di farlo in periodi anticiclici».
Le condizioni negli Usa, per D'Aiuto, sembrano offrire tre vantaggi specifici: innanzitutto molte aziende sono gestite da fondi, che spesso non sanno dare una direzione industriale e che ora sono in difficoltà e pronti a vendere. Inoltre, molte multinazionali americane hanno delocalizzato, lasciando spazio ad aziende straniere, italiane ma anche tedesche e giapponesi, dotate di tecnologie avanzate.

A tutto ciò si aggiunge il vantaggio del cambio, che almeno fino ai mesi scorsi è stato particolarmente favorevole. Per Andrea Ghiaroni, presidente della società di Pr Bloom&Rosenthal, che aiuta le aziende italiane negli States, «non possiamo dire che tutti gli imprenditori italiani abbiano avuto la capacità di fare shopping negli Usa, ma chi è stato in grado ne ha sicuramente beneficiato in termini di produttività e di redditività».

Nei primi 9 mesi del 2008 le acquisizioni di imprese americane siano state 18, mentre nello stesso periodo del 2007 erano state 13. Per Maximilian Fiani, partner responsabile di Kpmg Corporate Finance, «gli Usa rimangono la principale destinazione per le aziende italiane che fanno acquisizioni all'estero, per i vantaggi che derivano in termini di ampiezza di mercato, know-how, innovazione e immagine». 

Secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico (sottosegretariato al Commercio estero), nel 2007 le acquisizioni italiane negli Usa hanno raggiunto la soglia di 7,7 miliardi di euro, il 32% in più del 2006. Al mercato americano, inoltre, è destinato un piano del ministero da 10 milioni di euro per il supporto alle aziende italiane.

L'arrivo negli Usa è agevolato dai molti incentivi che i singoli Stati riservano a chi promette di salvaguardare l'occupazione. Particolarmente invitanti, spiega D'Aiuto, sono quelli in Ohio, che con i vicini Illinois, Pennsylvania e Michigan è uno dei territori verso cui si sono indirizzate di più le imprese italiane. A Chicago, spiega Charles Bernardini, presidente della locale Camera di Commercio italiana, «il 50% degli investimenti riceve incentivi». Molto forte è stata anche la spinta pubblica e la presenza italiana in Texas, una delle zone finora meno colpita dalla crisi grazie al peso preponderante del settore energetico. 

Meno positivo è stato il bilancio delle aziende che sono andate nelle aree di New York, dove hanno operato soprattutto grandi nomi, e di Los Angeles. «Nel nostro studio - spiega Sassan Masserat, avvocato e membro del cda della Camera di Commercio italiana di Los Angeles - nell'ultimo anno abbiamo ricevuto una o due telefonate al giorno di imprenditori interessati ad aprire un'attività. Ma solo il 10% di queste si è concretizzata, perché pochi sanno che la burocrazia per entrare nel mercato Usa è molto più complessa di prima». 

Questo il bilancio. Ma le prospettive? «Finora i guai dell'America non sono stati i guai di Houston, ma adesso la crisi coinvolge tutti: c'è grande difficoltà ad avere credito, il vantaggio del cambio comincia a cadere e i consumatori si sono fatti più cauti», spiega Luciano Topi, presidente della Camera di Commercio italiana di Houston. Invece D'Aiuto si mostra più ottimista: «Crediamo che l'America, così come è stata la prima nazione a frenare, sarà la prima a ripartire, e non bisognerà aspettare il lungo periodo».


Il Sole 24 Ore - Fabrizio Patti