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Friday March 20, 2009

Internati, 5 milioni alla comunità italiana

Presentata la commissione che dovrà gestire i fondi stanziati dal governo di Ottawa

Di LETIZIA TESI

La comunità italiana non vuole dimenticare, ma il ricordo non deve passare attraverso il risentimento. Ed è stato proprio con questo spirito che ieri Consiglio Di Nino ha presentato la commissione che gestirà i 5 milioni stanziati dal governo per finanziare i progetti della comunità in memoria dell’internamento.
A nome del ministro dell’Immigrazione e del Multiculturalismo, Jason Kenney, il senatore Di Nino ha presentato tre membri della commissione, Italian-Canadian Advisory Committee for the Community Historical Recognition Program (Chrp), che sarà composta da sette persone. Al momento sono stati scelti Palmacchio Di Iulio, presidente del Chrp, Roberto Perin, vicepresidente e Joe Papa, che, però, non ha potuto partecipare all’appuntamento organizzato al Columbus Centre. Gli altri quattro membri del Chrp saranno comunicati nelle prossime settimane.
«L’internamento è stato uno dei capitoli più bui della storia del nostro Paese ed è giusto ricordare quest’esperienza che ha lasciato un segno sulla pelle della nostra comunità - ha esordito Di Nino - Nel 1990 il governo di Mulroney si scusò con tutte le comunità che hanno subito quest’ingiustizia, ma da allora non era stato fatto niente di concreto. La questione era rimasta aperta fino ad oggi e sono molto orgoglioso che sia stato proprio il governo di cui faccio parte ad aver preso quest’importante decisione».
«Non discuteremo delle nostre, ma delle vostre idee - ha tenuto a specificare il presidente della nuova commissione, Pal Di Iulio - Il nostro intento sarà proprio quello di dar voce alle vostre proposte. I finanziamenti del governo dovranno rappresentare tutta la comunità italocanadese, anche se non sarà facile perché è stata un’esperienza difficile, che non tutti hanno superato e che ancora vivono con un senso di vergogna. Sono cresciuto in Canada negli anni ’60 e so che cosa hanno dovuto affrontare i nostri connazionali in quel periodo. È per questo che ho accettato quest’incarico».
I progetti di commemorazione serviranno non solo per non dimenticare, ma anche «per informare, educare e per evitare che errori del genere si ripetano in futuro», ha detto il vicepresidente della commissione, Roberto Perin, professore di storia al Glendon College della York University, che ha scritto molti libri sull’immigrazione e uno anche sul dramma dell’internamento vissuto dai nostri connazionali. «È una questione molto delicata e complessa che concerne i diritti - ha sottolineato Perin, che ha parlato prima in francese, poi in italiano e infine in inglese - Dobbiamo riflettere tutti su quest’esperienza e il nostro ruolo sarà proprio quello di educare anche i canadesi che non sanno che cosa hanno dovuto subire gli immigrati durante la seconda guerra mondiale».

A sentirne parlare da un palco sembra quasi un secolo fa, ma basta guardare negli occhi qualcuno che ha vissuto l’internamento in prima persona per capire che quella storia è solo dietro l’angolo. Alla fine della presentazione, Tony Ciccarelli si è alzata in piedi e ha chiesto al senatore di spiegarle perché quand’era giovane e faceva la volontaria a Casa Italia le hanno preso le impronte digitali.
Oggi Tony, anzi Antonella, ha quasi 94 anni. Quella domanda se la sarà fatta già milioni di volte e la risposta la sa. «Ero italiana - dice in inglese perché oramai la sua lingua madre non se la ricorda più bene - Era questa la mia “colpa”. Andavo a cercare lavoro e quando capivano che ero italiana mi mandavano via. Un giorno mi sono arrabbiata così tanto che ho detto: “No, questo lavoro lo so fare. Non potete mandarmi via. Lavorerò gratis una settimana e se non sono brava, allora, sì, mi manderete via». Invece l’hanno tenuta e Tony, che poi ha sposato un canadese, è rimasta per tutta la vita nel Paese che all’inizio l’aveva emarginata. Ma non ha rimpianti né risentimenti. «In fondo mi sento italiana. Il sangue è sangue. All’inizio ero molto arrabbiata con il Canada, ma la mamma mi disse che portare rancore è sbagliato. Ed aveva ragione. Ora è tutto finito».